Ambiente di Covigliaio

L’area protetta del Sasso di Castro – Monte Beni si estende per 799 ettari, è delimitata a Nord dall’abitato di Pietramala, a est a valle della Strada statale n. 65 della Futa; a sud include il paese di Selva e a Ovest si estende oltre Poggio Savena. L’area è anche sito di importanza regionale (SIR n. 36) e al suo interno è inclusa l’Oasi di Protezione di Covigliaio di 623 ettari. Il crinale è formato dal monte del Sasso di Castro (1276 m), dal Monte Rosso, da Monte Freddi (1275 m.) e Monte Beni (1263 m). Il complesso montuoso Sasso di Castro -Monte Beni è caratterizzato dalla presenza di affioramenti ofiolitici, denominati serpentine, che si estendono nell’alto bacino del torrente Savena e si collocano all’interno di una cornice di boschi di latifoglie e parcelle di conifere. La copertura dei boschi è a prevalenza di faggio e di carpino nero, con macchie a rimboschimenti di conifere con al margine prati pascolo. Alle faggete dei versanti settentrionali ed occidentali del Sasso di Castro-Monte Beni si contrappongono i densi rimboschimenti dei versanti orientali di abete americano e abete bianco. Tali rilievi presentano una flora peculiare ed endemica di ambienti ofiolitici, custodiscono popolamenti di Genista radiata, Vescicaria utriculata, piante rare per questa parte di Appennino.Gli habitat citati come emergenze naturalistiche dalla L.R. 56/2000 della Toscana, Allegato A1 sono le praterie ed i pascoli abbandonati su substrato neutro-basofilo riferibili alle Festuco-Brometea; le creste ed i versanti con formazioni discontinue semirupestri di suffrutici ed erbe perenni; i boschi misti di latifoglie mesofile; le pareti rocciose verticali con vegetazione casmofitica tipica sia delle rocce mafiche e ultramafiche sia delle pareti calcaree. Gli agro ecosistemi e le aree di pascolo a Covigliaio costituiscono una testimonianza delle passate attività agro-pastorali montane, oggi in parte ridotte, dove densi arbusteti si localizzano nelle aree abbandonate. Dall’epoca romana ad oggi la zona dell’area protetta è sempre stata utilizzata per il passaggio tra Firenze e Bologna, anche se su percorsi diversi. Nelle vicinanze passava l’antica Via Flaminia Militare, costruita dal console Gaio Flaminio nel 187 a.C. tra Bologna ed Arezzo, contemporanea a quella della via Emilia voluta da Marco Emilio Lepido al fine di  istituire una rete stradale  per permettere veloci collegamenti con Rimini e Arezzo, rendere sicuri i territori emiliani e romagnoli dopo la loro conquista ai danni dei Celti e controllare la dorsale appenninica occupata dalle tribù liguri. Contrariamente alla via Emilia,la Flaminia militare perdette progressivamente importanza per il consolidarsi della presenza romana nei territori emiliani e con l’affermarsi di Firenze su Arezzo nel versante toscano, venne meno la sua utilità militare. La Via Flaminia Militare fu ritrovata nel 1979 grazie all’impegno di due archeologi dilettanti, Cesare Agostini e Franco Santi, originari di Castel dell’Alpe. Da allora sono stati rinvenuti circa 11 km del tracciato originario e altre strutture usate dai romani per la costruzione della strada (cave di pietra, fornaci). Un apposito percorso consente di visitare tutti i siti archeologici della Via Flaminia militare. Nel medioevo Firenze controllava le comunicazioni con la Val Padana imponendo come percorso transappenninico una delle strade che la collegavano con Bologna, trattavasi di una via che in origine serviva per raggiungere l’alta valle del Santerno e che in seguito venne prolungata sino a Bologna; oltre San Piero a Sieve, la strada raggiungeva la pieve di Sant’Agata e poi quella di Cornacchiaia, utilizzando il valico mugellano dell’Osteria Bruciata, per proseguire verso Pietramala; il percorso transitava attraverso il feudo degli Ubaldini e fu per i contrasti tra questi e il comune di Firenze che nel 1367 quest’ultimo decise di modificare il percorso passando dal passo del Giogo, scendendo a Firenzuola per Rifredo, per risalire verso “Le Valli” a Pietramala lasciandosi alle spalle la valle del Santerno oltrepassata la Raticosa. Il nuovo collegamento viario diventò il grande collettore dei transiti tra l’Italia settentrionale e quella centrale, sempre più usata da mercanti, viaggiatori e dai pellegrini che si recavano a Roma. Chi proveniva dall’Europa centrale attraversate le Alpi e giunto nella pianura padana, si immettevano nella via Emilia, procedendo sino a Bologna, dove prendeva la strada per Firenze; da qui si raccordava alla Francigena, alla strada Senese per giungere a Roma. La via Firenze-Bologna costituì anche ilpercorso usato dai pellegrini fiorentini per recarsi a Santiago de Compostela e Gerusalemme: da Bologna, mediante la via Emilia, si raggiungeva Borgo San Donnino per immettersi nella Via Francigena. Chi si recava invece in Terrasanta passava da Bologna per raggiungere Venezia, divenuta dal Trecento il normale punto d’imbarco per Gerusalemme. Tale percorso per Bologna rimase immutato per quattro secoli, finchè il  Granducato di Toscana passò ai Lorena che decisero di  ampliare e rendere carrozzabile il collegamento tra Firenze e Bologna. Il nuovo percorso nell’ultimo tratto nel territorio del Granducato passava dal valico della Futa, costeggiava il Sasso di Castro attraversando Traversa e Covigliaio, per poi girare attorno a Monte Beni e raggiungere Pietramala; da qui proseguiva per le Filigare, dogana oltre cui si entrava nello Stato Pontificio. (Percorso mappato nella “Guida per viaggiar la Toscana” del XVIII secolo).Tale itinerario venne utilizzato anche da Garibaldi sia nel 1848, quando 80 uomini venuti dal Sudamerica (Montevideo) s’incontrarono con lui a Firenze per poi andare a combattere nella Guerra in Lombardia e successivamente nel 1849, quando dopo la fine della Repubblica Romana, Garibaldi fuggì attraversando gli Appennini fino in Maremma. La viabilità per Bologna rimase immutata fino alla costruzione dell’autostrada A1 Milano-Napoli (Autostrada del Sole); l’apertura del tratto da Bologna a Firenze avvenne il 3 dicembre 1960. Negli anni ’90 un gruppo di appassionati bolognesi tracciò un itinerario, la “Via degli Dei” che porta da Bologna a Firenze con un percorso principalmente di crinale che nel tratto da Bologna al Passo della Futa ripercorre alcune parti della via Flaminia militare e del percorso medioevale. La “Via degli Dei” è stata così denominata perché attraversa montagne che hanno nomi derivati da divinità romane.

Le rocce che affiorano nell’area protetta del Sasso di Castro e M. Beni sono le ofioliti risalenti alla chiusura dell’antico oceano ligure-piemontese, quelle dei dintorni la conca di Firenzuola, delimitata dal crinale appenninico si sono formate durante l’orogenesi appenninica, riempiendosi con i sedimenti originati dall’erosione dei rilievi appenninici stessi, depositati da frane sottomarine che hanno originato associazioni litologiche eterogenee con predominanza argilloso-scistosa, (Complesso Caotico – Melange di Firenzuola). Il Sasso di Castro e il Monte Beni formano nel loro insieme una massa di ofioliti di grandi dimensioni, caduta anch’essa in questo bacino durante il movimento di sollevamento della catena appenninica. La massa ofiolitica è rimasta inglobata nei materiali prevalentemente argillosi provenienti dall’erosione delle montagne stesse, poi divenuta roccia e denominata “Argilliti a Palombini”. Il paesaggio dell’area protetta e delle zone circostanti è caratterizzato dal contrasto tra i rilievi aspri ed isolati formati dai massicci ofiolitici e quello dolce ed arrotondato del Complesso Caotico, con  aree ad affioramenti argillosi in cui si sono formati i calanchi.

 

Tra le emergenze faunistiche sono da segnalare le popolazioni di specie ornitiche rupicole legate alle praterie montane, i popolamenti di Anfibi legati alla permanenza di un buon sistema di pozze per il bestiame e il lupo, la cui presenza è legata allo sviluppo di  ungulati, in particolare del muflone. Nell’’area protetta ci sono punti di avvistamento dei mufloni

 

 

Notevole contributo alla conoscenza della flora dell’area è quello di D. VICIANI, S. BARONI, E. NARDI – Dip. di Biologia Vegetale, Università di Firenze:”Contribution to the knowledge of the vascular flora of Monte Beni and Sasso di Castro, two ultramafic mountains in Upper Mugello (Northern Tuscany)”.. WEBBIA, vol. 63 (2), pp. 187-214, ISSN:0083-7792. Secondo gli autori (2008), la flora del Monte Beni e Sasso di Castro è costituita da 474 elementi, specie dubbie escluse, di cui 6 introdotte dall’uomo. Scarse le informazioni floristiche disponibile per questa zona, più di tre quarti dei dati risulta inedito. I 468 taxa selvatici sono suddivisi in 69 famiglie (seguendo Pignatti, 1982) e 253 generi.

Il versante sud-occidentale del Monte Beni è caratterizzato da dense cenosi a Ginestra stellata (Genista radiata), che colonizza i versanti montani secchi, sassosi ed esposti al sole, ai margini dei boschi, da 250 fino circa i 1600 metri di quota; fiorisce da maggio a luglio con vistosi fiori gialli. Sotto i cespugli spiccano macchie blu di viola eugenia. Altro fiore estivo simbolo dell’area è il fiordaliso di Trionfetti (Cyanus triumfettii) di intenso colore  blu elettrico. In primavera è facile osservare sui pinnacoli delle rocce del Monte Rosso Saxifraga tridactilis, Saxifraga granulata e Vescicaria utriculata.Nel sottobosco varie specie di cerastium: C.arvense, C. holosteoides C. brachypetalum, su rocce ofiolitiche Murbeckiella zanonii, Sedum vari e fra le fessure, Sempervivum tectorum e piccole felci.